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Storia

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La Biblioteca Dipartimentale, poi Civica

di Carlotta Aimale

Non tutti sanno che la Biblioteca Civica di Cuneo ha regalato un primato alla città: è la più antica, infatti, tra le civiche piemontesi. I primi documenti relativi alla sua istituzione risalgono al 1802, con apertura nel 1803, quando Cuneo, sotto la dominazione francese, era capoluogo del Dipartimento della Stura.

La biblioteca sorse in pratica quale conseguenza all'incameramento di ricche librerie provenienti dalla soppressione degli ordini monastici, per decreto del governo francese. A causa della distruzione del catalogo - avvenuta nel 1811 per un incendio - non possediamo informazioni certe su tale fondo originario; da una relazione del 1866 del bibliotecario Maccario sappiamo che furono seimila i volumi incamerati, ma si dice anche che furono molti i libri e i manoscritti sottratti o dispersi durante il passaggio...

Per qualche anno vi fu un "bibliotecario di fatto", Vittorio Bunico, con il compito di visitare e sigillare le biblioteche dei conventi appartenenti al Dipartimento, cioè di Cuneo, Saluzzo, Fossano, Mondovì, Alba, Oneglia e rispettivi circondari.

Quando, nel 1806, la biblioteca da dipartimentale divenne civica - giacché il prefetto del Dipartimento si era accorto che aveva i suoi costi... - fu nominato bibliotecario monsignor Giovanni Vincenzo Lovera De Maria, con uno stipendio di 600 lire annue (lo stipendio massimo di un professore era, a quel tempo, di 855 lire annue).

Con il ritorno dei Savoia, il De Maria chiese ed ottenne di essere coadiuvato dal reverendo Vincenzo Sorzana «l'unico capace di contentare il pubblico per essere da vari anni al fatto di tutte le opere». Assunzione assai originale, se si pensa che il De Maria rinunciò a metà del suo stipendio per darla al vice, ottenendo che a quest'ultimo fosse accordata «la sopravvivenza, qualora fosse rimasto pienamente soddisfatto il pubblico». E così fu. Poi l'incarico passò al canonico Ignazio Brignone, coadiuvato dal reverendo Giovanni Sorzana, nipote del precedente bibliotecario. Entrambi detennero l'incarico fino alla morte e nel 1858 Cuneo ebbe per la prima volta un bibliotecario laico: Lorenzo Bertano.

La scelta non fu casuale: il Consiglio Comunale lo nominò, infatti, per le sue doti di grande studioso di storia locale. Dalle relazioni che ci sono pervenute risulta che fu anche un ottimo bibliotecario, lungimirante e di idee decisamente moderne. Un esempio: appena insediatosi propose all'Amministrazione di cambiare l'orientamento nel provvedere agli acquisti: invece di adoperare l'esiguo fondo a disposizione per soddisfare le esigenze di pochi eruditi, optò per l'acquisto di opere di utilità universale, giacché si era accorto che i frequentatori più assidui e fedeli erano, allora come oggi, gli studenti. E poi, da studioso colto ed appassionato qual era, si preoccupò di prestare negli acquisti precipua attenzione alla storia locale, in modo da rendere la biblioteca «gelosa depositaria di ogni minima cosa che interessi la propria città» senza trascurare, comunque, gli altri settori giacché la biblioteca si presentava «in ritardo di almeno mezzo secolo al progresso scientifico».

I pochi anni in cui egli stesso fu bibliotecario, per poi cedere l'incarico al maestro Sebastiano Maccario, mantenendo però la supervisione, trasformarono la biblioteca da puro deposito di libri a luogo di raccolta organizzata di documenti, grazie anche alla precisione e alla competenza del Maccario nel redigere cataloghi e relazioni. Fu una fortuna, dunque, per la città che due dei suoi migliori bibliotecari abbiano mantenuto l'incarico per oltre trent'anni.

Con il nuovo secolo cambiò anche il bibliotecario, che però proprio nuovo non era: Vincenzo Abre, vice bibliotecario da diciassette anni, ottima memoria, ma con un carattere sicuramente poco gioviale, tanto da essere così descritto su un giornale locale «pizzo alla moschettiera, faccia oblunga, pelle incartapecorita e sguardo terribilmente austero; vero babau dei pivellini che per avvicinarglisi prendevano il coraggio a quattro mani e a quattro piedi... ». Se non altro fece pubblicità alla biblioteca, giacché la stampa locale più di una volta si interessò alle sue vicende (curiosa è quella del suo collocamento a riposo, con una serie di lettere botta e risposta apparse sulla Sentinella delle Alpi e Lo Stendardo intitolate "La vera storia del mio collocamento a riposo").

Seguirono anni bui per la biblioteca. Nonostante fosse chiaro a tutti gli amministratori che la scelta del bibliotecario non dovesse essere casuale, dovendo reggere di fatto l'intera gestione dell'istituzione, per motivi pratico-economici fu nominato un bibliotecario assai negligente, da quanto risulta sia dai documenti ritrovati sia dagli aspri interventi sui giornali dell'epoca.

Di ben altro livello si dimostrò la prima bibliotecaria donna della storia della civica di Cuneo, Graziella Romano, meglio nota come Lalla Romano. Purtroppo il suo incarico durò solo tre anni, dal 1932 al 1935. dopodiché chiese ed ottenne le dimissioni per motivi di famiglia. In tale lasso di tempo la Romano si conquistò le lodi del Soprintendente bibliografico per il Piemonte per aver contribuito, con un saggio di argomento locale, ad una ricerca sulla bibliografia piemontese intrapreso da detta Soprintendenza.

Immediatamente prima e durante la seconda guerra mondiale si può parlare di sopravvivenza della biblioteca, più che di vita attiva. Una nota positiva, comunque, è che non venne chiusa, se non per pochissimo tempo, permettendo almeno la fruizione dell'esistente.

La biblioteca, così come la intendiamo noi oggi, si può dire che a Cuneo è nata con Piero Camilla, ideale successore di Lorenzo Bertano, anch'egli storico dotto e appassionato cui tanto dobbiamo, sia per gli studi di storia locale sia per la costruzione non solo di una biblioteca moderna, quella di Cuneo, ma anche dell'intero Sistema Bibliotecario delle Valli Cuneesi, oggi in ripresa.

La storia della biblioteca è anche storia di spazi, spesso mal dislocati, angusti, bui o insufficienti. A partire dalla prima sede, presso la sacrestia del convento di San Francesco (si è conservata la relazione dell'architetto incaricato di provvedere ai lavori di riadattamento), subito seguita dal trasferimento presso i locali del convento di Santa Chiara. Qui la biblioteca era composta da un solo locale cui si accedeva mediante un corridoio che fungeva da "vestibolo di entrata", interamente occupato da scansie e libri, deposito attrezzi di servizio e "bosco di focaggio" per il riscaldamento dell'ufficio del bibliotecario, collocato al fondo di detto corridoio.

Nel 1824 la biblioteca fu trasferita all'ultimo piano del Palazzo Municipale, dove restò per più di cento anni; ma risalgono già al 1850 le proposte per un cambiamento, prese in considerazione solo nel 1928, nonostante la cronaca locale renda testimonianza di quanto fosse inadatta tale sede, descrivendo la biblioteca «appollaiata in un immenso salone sottotetto, con scaffali preistorici, balaustre da chiesa e mobilio tarlato, scricchiolante da ogni connessura del legno... ». Nel 1928 l'agognato trasferimento presso Palazzo Audiffredi, sede attuale. 

 

Interno della Biblioteca

Volendo avere un'idea di come realmente funzionasse l'accesso della biblioteca, è interessante consultare i regolamenti conservatisi. Il primo risale al 1821: di rilevante vi è il divieto tassativo di asportare i libri, senza un permesso speciale dell'Amministrazione; era poi compito del bibliotecario censurare i libri «contrari alla religione, ai buoni costumi e al Governo». Il prestito a domicilio venne concesso solamente nel 1873, seppur con regole assai rigide; l'orario nel 1821 prevedeva l'apertura il lunedì, giovedì e sabato dalle ore 9 alle 12, il giovedì anche dalle ore 15 alle 16; dal 1857 apertura tutti i giorni non festivi per cinque ore e mezzo al giorno. Una notizia curiosa: nel 1923 l'orario prevedeva un'ora d'apertura al mattino, due al pomeriggio ed anche due ore la sera, tra le 20 e le 22. Il resto è storia di oggi e, speriamo, di un domani ricco di servizi consoni al rapido sviluppo dell'informazione. 

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